Libia
La catastrofe sarà anche evitata, ma la guerra non è finita
In Italia era l’1.30 di mattina quando Obama si è accostato al podio della National Defense University, a Fort McNair, sulle rive del Potomac, per fare il primo discorso in diretta televisiva sulla guerra in Libia o, come preferisce dire con espressione surrealista e vacua la Casa Bianca, l’“operazione militare cinetica” della coalizione occidentale per proteggere il popolo libico dal colonnello Gheddafi.
12 AGO 20

New York. In Italia era l’1.30 di mattina quando Obama si è accostato al podio della National Defense University, a Fort McNair, sulle rive del Potomac, per fare il primo discorso in diretta televisiva sulla guerra in Libia o, come preferisce dire con espressione surrealista e vacua la Casa Bianca, l’“operazione militare cinetica” della coalizione occidentale per proteggere il popolo libico dal colonnello Gheddafi. Coperta com’è da una glassa umanitaria e multilaterale, la guerra in Libia non è abbastanza guerra da meritare un discorso dallo Studio ovale e ieri Obama è arrivato al momento chiave della comunicazione avendo preparato il terreno strategico nel corso del fine settimana: sabato ha usato il messaggio radiofonico presidenziale per sottolineare che “assieme ai nostri alleati stiamo facendo rispettare il mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu”, cioè “quello di proteggere il popolo della Libia dalle forze di Muammar Gheddafi”. Il passaggio sull’azione occidentale che ha “evitato altre atrocità” è stato il punto d’aggancio del discorso di ieri, quando il presidente è arrivato verso l’ora di cena nelle case degli americani per spiegare un’operazione ideologicamente popolare (per gli americani la Libia è un angolo oscuro e poco interessante, ma su Gheddafi la condanna è unanime) ma confusa nei mezzi e negli scopi.
Le indiscrezioni trapelate a Washington prima del collegamento dicono che Obama ha scelto di insistere sull’aspetto umanitario dell’operazione Odyssey Dawn, e di quanto il contributo degli Stati Uniti sia stato fondamentale per “evitare una catastrofe”: tasto efficace per rendere digeribile in patria l’apertura di fatto di un terzo fronte di guerra. Obama ha rotto il silenzio sulla Libia – silenzio che ha fatto infuriare i repubblicani al Congresso, dove il presidente non ha mai riferito – con una strategia comunicativa unitaria. Nel fine settimana il segretario di stato, Hillary Clinton (oggi a Londra per il vertice in cui si discuterà dei prossimi passi nelle operazioni) e il segretario della Difesa, Bob Gates, hanno parlato della situazione in Libia ai giornali e nei talk show domenicali, buttando giù il canovaccio su cui Obama ha costruito il discorso di ieri sera. I punti chiave sono: l’operazione sta funzionando, ha l’appoggio della comunità internazionale, gli Stati Uniti stanno riducendo il loro ruolo militare e non ci saranno forze americane sul suolo libico.
Ai quattro punti di forza della Casa Bianca corrispondono le quattro debolezze elencate ieri dal columnist conservatore Ross Douthat sul New York Times sotto forma di domande: quali sono i nostri obiettivi militari? Chi sono esattamente questi ribelli che ieri hanno avanzato fin quasi a Sirte, la roccaforte di Gheddafi, prendendo controllo delle cittadine e dei giacimenti sulla strada costiera su cui sorge, al margine est del golfo, Tripoli? L’America può smarcarsi da una missione che è multilaterale ma comunque grava particolarmente sull’America? (Ieri sera Obama si è collegato dalla Casa Bianca in videoconferenza con David Cameron, Nicolas Sarkozy e Angela Merkel proprio per parlare dello stato dell’alleanza). Non è che la guerra in Libia sta distogliendo l’attenzione da questioni più rilevanti per gli interessi dell’America, cose tipo l’Afghanistan, l’Iraq, il budget, la disoccupazione e così via? Alle domande di Douthat se ne aggiunge un’altra che riguarda l’orizzonte temporale delle operazioni: per quanto tempo l’America potrà impegnarsi in un terzo fronte di guerra? A che punto l’operazione in Libia cesserà di essere un’operazione umanitaria e dall’alto dei cieli e diventerà una guerra, con tutti gli impegni e i pantani che questa comporta? Dai “giorni, non settimane” di Obama si è passati ai “mesi, non settimane” di Clinton e Gates e per quanto i discorsi presidenziali parlino di vittorie e catastrofi scampate, il tiranno è ancora in piedi e i ribelli rimangono degli sconosciuti.
Le indiscrezioni trapelate a Washington prima del collegamento dicono che Obama ha scelto di insistere sull’aspetto umanitario dell’operazione Odyssey Dawn, e di quanto il contributo degli Stati Uniti sia stato fondamentale per “evitare una catastrofe”: tasto efficace per rendere digeribile in patria l’apertura di fatto di un terzo fronte di guerra. Obama ha rotto il silenzio sulla Libia – silenzio che ha fatto infuriare i repubblicani al Congresso, dove il presidente non ha mai riferito – con una strategia comunicativa unitaria. Nel fine settimana il segretario di stato, Hillary Clinton (oggi a Londra per il vertice in cui si discuterà dei prossimi passi nelle operazioni) e il segretario della Difesa, Bob Gates, hanno parlato della situazione in Libia ai giornali e nei talk show domenicali, buttando giù il canovaccio su cui Obama ha costruito il discorso di ieri sera. I punti chiave sono: l’operazione sta funzionando, ha l’appoggio della comunità internazionale, gli Stati Uniti stanno riducendo il loro ruolo militare e non ci saranno forze americane sul suolo libico.
Ai quattro punti di forza della Casa Bianca corrispondono le quattro debolezze elencate ieri dal columnist conservatore Ross Douthat sul New York Times sotto forma di domande: quali sono i nostri obiettivi militari? Chi sono esattamente questi ribelli che ieri hanno avanzato fin quasi a Sirte, la roccaforte di Gheddafi, prendendo controllo delle cittadine e dei giacimenti sulla strada costiera su cui sorge, al margine est del golfo, Tripoli? L’America può smarcarsi da una missione che è multilaterale ma comunque grava particolarmente sull’America? (Ieri sera Obama si è collegato dalla Casa Bianca in videoconferenza con David Cameron, Nicolas Sarkozy e Angela Merkel proprio per parlare dello stato dell’alleanza). Non è che la guerra in Libia sta distogliendo l’attenzione da questioni più rilevanti per gli interessi dell’America, cose tipo l’Afghanistan, l’Iraq, il budget, la disoccupazione e così via? Alle domande di Douthat se ne aggiunge un’altra che riguarda l’orizzonte temporale delle operazioni: per quanto tempo l’America potrà impegnarsi in un terzo fronte di guerra? A che punto l’operazione in Libia cesserà di essere un’operazione umanitaria e dall’alto dei cieli e diventerà una guerra, con tutti gli impegni e i pantani che questa comporta? Dai “giorni, non settimane” di Obama si è passati ai “mesi, non settimane” di Clinton e Gates e per quanto i discorsi presidenziali parlino di vittorie e catastrofi scampate, il tiranno è ancora in piedi e i ribelli rimangono degli sconosciuti.